A CAVALLO DI UNA SCOPA TRA ALLEVAMENTO E ALLEVARE

(OVVERO: LA SELEZIONE ARTIFICIALE DEGLI ANIMALI)

Allevatore: quando ci si può definire allevatore? E cosa comporta essere allevatore? Potremmo definire allevatore colui il quale, attraverso la selezione, sceglie i giusti esemplari che, per certi loro caratteri, garantiscano, riproducendosi, un miglioramento della razza. Ciò comporta un attento esame e il confronto delle qualità morfologiche e caratteriali dei propri soggetti in rapporto ai criteri nazionali e internazionali d'indirizzo della razza in senso generale. Fin qui non c'è niente da obiettare. Ma allora, dov'è il problema, se c'è un problema? Le nostre idee su quello che noi definiamo come realtà sono illusioni che andiamo accumulando per la maggior parte della nostra vita quotidiana, rischiando di costringere i fatti ad adattarsi alla nostra definizione di realtà. Esistono diverse versioni della realtà, anche contraddittorie, ma tutte risultanti dalla comunicazione e non riflessi di verità oggettive eterne". (P. Watzlawick, "La realtà della realtà) Nel romanzo di Pirandello "Uno, nessuno e centomila", Vitangelo Moscarda si sente dire dalla moglie che il suo naso, ch'egli ha sempre ritenuto perfetto, pende un po' verso destra. Questa rivelazione pone il protagonista di fronte a una domanda: se io non sono ciò che ho sempre creduto di essere, allora, cosa sono? La risposta è preoccupante: sono una persona diversa, sono un uomo diverso per ognuno di coloro che mi guardano. A ogni allevatore sarà capitato che il suo miglior soggetto non venga apprezzato da alcuni giudici, creando rancore e malsani giudizi sulla loro capacità e sullo stesso valore del loro giudizio. n punto è che non esiste una realtà uguale per tutti, anzi, ognuno ha la propria visione delle cose, che chiamiamo realtà, e pretende d'imporla a coloro che gli sono attorno. La nostra attenzione è volta a imporre al mondo esterno le nostre proiezioni interne come se fossero uniche. Ci si potrebbe domandare come facciano certi soggetti (cani) ad avere il consenso generale di giudizio (positivo), scavalcando le qualità proprie del soggetto. POTERE.......Potere della persuasione di chi detiene il potere. Nell'ambito di certi criteri morfologici, il più bello (concetto, tra l'altro, effImero) è determinato non dal soggetto in se, ma dall'idea che il giudice propone come forma di proiezione di se e del suo mondo estetico immaginario.

Le capacità tecniche? Possiamo anche chiamarle così, sta di fatto che al prossimo giro le parti s'invertono, e il soggetto che la volta precedente era secondo diventa primo, il primo diventa secondo e così via. L'eccezione è determinata dalla "gerarchia del potere", ovvero chi sta più in alto determina la consacrazione del soggetto, influenzando il giudizio collettivo generale. Tornando all'allevamento, tralasciando gerarchie e giudizi, si ritorna alla domanda: cosa comporta essere allevatore? Innanzitutto delle responsabilità, almeno questo è quanto ci propone la realtà storica della cinofilia. Ma responsabilità verso cosa? Verso chi? E perché? I requisiti per essere un buon allevatore sono unicamente soggettivi, è solo il senso del proprio vivere che qualifica, sperimentando le contraddizioni che la soggettività stessa comporta. I criteri di bello e buono sono mutevoli, soggetti a trasformazioni, di moda in moda, solo il cane rimane, immutabile e isolato. Allora, cosa sarà mai la qualità? Fedro, personaggio del libro "Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta", ci risponde scavalcando Platone e Socrate, trovando nella retorica sofista la giusta risposta: "La qualità è l'eccellenza, la responsabilità verso se stessi." di Roberto Donnini

da "Il foglio del Pastore Belga" 2000